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Delisabatini Architetti (f.deli E F.sabatini Arch Ass)

Casa filo-sofia - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Casa filo-sofia
Nei pressi di roma, a san cesareo, al di fuori del contesto cittadino, ma neppure in una realtà pienamente rurale, si trova l’abitazione che è stata oggetto dell’intervento. Questa, posta al piano intermedio di un edificio degli anni 60, costruito per successive ed eterogenee addizioni, al mutare, nel tempo, delle esigenze della famiglia proprietaria, ha ritrovato un nuovo recente assetto. L’abitazione originaria, caratterizzata dalla consueta spazialità bloccata e intasata da partizioni interne, con corridoio e tante stanze rigidamente accostate era, inoltre, del tutto disinteressata alla esposizione e alle peculiarità panoramiche degli affacci. L’intervento, ha previsto lo svuotamento totale dell’abitazione originaria da tutte le sue partizioni interne; concepito secondo una logica spaziale opposta a quella, chiusa e bloccata, che ha governato l’abitazione originaria, predilige invece, una spazialità nella quale dominano continuità e sfondamenti percettivi. Tuttavia, a caratterizzare e vincolare imprescindibilmente la potenzialità spaziale della casa, è la struttura, in muratura continua, che genera un andamento per fasce parallele; viene comunque perseguito con ostinazione il ribaltamento sia funzionale che spaziale della casa, la zona giorno è spostata finalmente verso la luce e il panorama, aperta sul paesaggio della campagna retrostante, la zona notte è invece organizzata nella parte meno panoramica della casa, prossima al suo ingresso, separata tra quella dei figli e quella più intima e nascosta dei genitori. L’atto progettuale, con uno sforzo di estrema sintesi, riduce a due soli segni l’intervento, ridisegnando lo spazio. Sono il setto dei servizi e il “guscio” della libreria, unici elementi della composizione. Questi, acquisendo sostanza funzionale e vigore plastico, definiscono uno spazio ampio e continuo che attraversa l’intera casa: è lo spazio pubblico della casa, conformato secondo ambiti funzionale diversi, da quello più contratto che individua l’ingresso, a quello dilatato del soggiorno, nel quale, appartata, trova posto anche la cucina. La vista attraversa liberamente questo spazio, dalla strettoia dell’ingresso al soggiorno, rincorre la luce e la veduta sul paesaggio esterno. I corridoi sono totalmente aboliti. Il setto dei servizi, separa la zona notte riservata ai figli; caratterizzato plasticamente dalle profonde strombature del portale gemino, che dà accesso alle stanze, e dal taglio orizzontale della cucina, che ne caratterizza la sua testata affacciata sul soggiorno, concentra il suo contenuto funzionale di servizi, cucina, armadi, in una unica massa che si addensa geometricamente lungo una direzione, accelerando otticamente la visuale e accompagnando il visitatore verso il soggiorno. Il guscio della libreria separa, occultandola, l’area notte matrimoniale, quella più intima e segreta della casa. Il suo andamento spezzato agisce sulla percezione visiva dello spazio, accentuando la contrazione iniziale della visuale, vissuta dal visitatore, e la sua successiva dilatazione, impressa anche dai profondi segni orizzontali della libreria che scavano la massa muraria, sino a rimandare al paesaggio esterno. Le nuove murature, esprimono solidità e alludono a desueti e antichi spessori, bucature ampie, strombate, incise, o più fortemente scavate, raccontano di una materia sulla quale si agisce per sottrazione. La vista percorre spazi nitidi e astratti; infilate prospettiche dilatano lo spazio; ad accelerare la prospettiva, che infila l’abitazione per tutta la sua lunghezza, contribuiscono i piani orizzontali della libreria. Lo spazio, da bloccato e compresso diventa continuo e tutto proiettato all’esterno, sul fondale verde della campagna che torna pienamente ad essere partecipe della casa.
Tag: iroko mensole noce

Casa rossella - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Casa rossella
Intervento di ristrutturazione interna di casa a schiera attraverso due sole operazioni: - sostituzione di una parete opaca in muratura con una vetrata antieffrazione in modo tale da creare un contatto diretto col giardino attiguo -spostamento della cucina verso la parte opposta del giardino
Tag: palladio parquet rovere

Casa pozzi - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Casa pozzi
A roma in una delle palazzine degli anni ’50, due unità sono state fuse in un’unica abitazione di oltre duecento metri quadrati dotata di giardino. Se l’esposizione a nord e il piano basso la penalizzano per la storica e lamentata scarsa luminosità, la presenza del giardino, che la avvolge per metà, costituisce una gaia nota di rilievo e una notevole risorsa progettuale. L’intervento ha previsto lo svuotamento totale delle abitazioni originarie con tutte le loro partizioni interne, liberando l’involucro. Fatta tabula rasa, l’originaria spazialità, bloccata e frazionata in un insieme di tanti ambienti accostati, stanze chiuse e rigidamente separate, è stata sostituita da una nuova concezione spaziale che predilige la massima continuità e gli sfondamenti percettivi. I corridoi sono definitivamente aboliti. Coniugando l’esigenza della committenza di disporre di una parte di abitazione come separabile e indipendente, per alloggiare comodamente gli ospiti, con gli obiettivi di massima valorizzazione del giardino, prima mortificato e, non ultimo, il miglioramento delle condizioni di luminosità, l’intervento ridisegna, riproporziona e rifunzionalizza l’abitazione. Il nuovo impianto funzionale infatti si organizza e orienta considerando l’esposizione solare, assecondando, allo stesso tempo, la propensione di quella parte della casa affacciata sul giardino, ad accogliere la zona giorno con la cucina, concentrando la zona notte nella parte opposta. La composizione, chiara e sintetica, si organizza con tre nuovi elementi, tre figure che individuano ambiti funzionali diversi: la grande cucina, la zona notte, l’alloggio degli ospiti; questi tre volumi funzionali, plasticamente riconoscibili, planimetricamente ben definiti dai loro spessi bordi, muri cavi, si affacciano e si mostrano con i loro angoli sul grande spazio connettivo che è il soggiorno, configurandolo e qualificandolo, intrattenendo tra loro rapporti visivi. Come edifici in uno spazio urbano. Il tema del muro cavo, abitato, già precedentemente indagato, trova qui un nuovo sviluppo assieme al tema dell’angolo. Tutta la estesa dotazione di servizi, bagni, lavanderia, ripostigli, locali accessori e armadiature, si concentra linearmente dando sostanza funzionale e materiale a questi muri che costituiscono gli spessi bordi delle tre figure, liberando lo spazio dalle minutaglie funzionali. Questi muri si caratterizzano per l’aspetto vigoroso e possente che allude alle grandi murature del passato e per le astratte e geometriche bucature e incisioni che ne evidenziano il valore plastico. Le nuove murature esprimono solidità e alludono a desueti e antichi spessori, bucature ampie, strombate, incise, o più fortemente scavate, raccontano di una materia sulla quale si agisce per sottrazione. Colloquio di segni nell’astrazione del bianco; profonde incisioni che affondano nella bianca massa muraria. Le grandi vetrate, caratterizzate da sottili infissi in acciaio a tutta altezza e prive di ripartizioni, assicurano il massimo della luminosità possibile e della continuità visiva con l’esterno. Nel nuovo spazio, sconfitti gli anditi bui, la luce fluisce indisturbata, si diffonde senza incontrare ostacoli, riconquista territori perduti, accarezza e avvolge in un sereno nitore i volumi. Nel perseguire l’obiettivo della continuità, tra interno e interno e tra interno ed esterno, la visione diviene tema progettuale. La vista, liberata, percorre spazi nitidi e astratti, lunghe infilate prospettiche dilatano lo spazio; ad accelerare la prospettiva, che infila l’abitazione per tutta la sua lunghezza, contribuiscono, con il loro valore segnico, le lame nere orizzontali della libreria incastrate sull’angolo di fronte all’ingresso. Lo spazio, da bloccato e compresso diventa continuo e tutto proiettato all’esterno, verso il fondale verde del giardino che torna pienamente ad essere partecipe della casa. La materia, nella astratta prevalenza del bianco e nel caldo tono del legno, si manifesta con sporadiche apparizioni, assumendo talvolta carattere decorativo, come nelle venature del blocco di marmo nero della cucina, o nella decorativa presenza lignea del bilico che sigilla la zona notte, come nelle vitree lame nere che si librano sottolineando una orizzontalità e una direzione che rilancia la vista verso scorci diversi.
Tag: rovere bianco essenziale lame nero

Loft - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Loft
In un tempo nel quale, sempre più distante e separato è l’ambiente abitativo nelle nostre città, rispetto all’ambiente esterno, dove gli involucri edilizi devono tecnologicamente assicurare microcosmi separati, appartati e inviolabili, questo piccolo progetto si muove in una linea del tutto diversa, grazie alla sua particolare caratteristica panoramica, che ha consentito di esaltare caratteristiche visuali inusuali. Una veduta eccezionale caratterizza l’abitazione, affacciata direttamente su una pineta attraverso la quale, tra i grandi tronchi e sotto le chiome, si distende il panorama di roma, che si staglia con i suoi campanili e cupole sull’orizzonte lontano dei castelli romani e il limite del bosco. Nella progettazione di questa casa gli elementi fondamentali sono stati due, una veduta naturale di grande suggestione da esaltare e una ostinata ricerca di continuità spaziale, tra interno e interno e tra interno ed esterno, che hanno determinato le scelte progettuali fondamentali. Lo spazio originario dell’abitazione, frazionato e costretto in due ambienti distinti, che quasi non godevano della veduta e del terrazzo affacciato sulla pineta, a causa di un muro posticcio, è stato stravolto; interamente liberato, riportato al suo involucro esterno svuotato del suo contenuto e riaperta la vetrata, è stato ripensato. Il nuovo spazio, unitario e continuo, ricerca un contatto diretto tra interno ed esterno. Al suo interno, un unico oggetto multiforme è stato inserito; esso si ripiega più volte conformandosi come una struttura a ponte che non occlude la visuale anzi tende all’espulsione di questa all’esterno, sul paesaggio; la sua lunga trave attraversa e accelera lo spazio trasversale richiudendo l’oggetto in un segno continuo e allo stesso tempo riquadrando come meccanismo visivo il paesaggio esterno, oltre la grande vetrata a tutta altezza. L’oggetto, bianco e astratto, non si confonde con l’involucro, raccoglie tutto in sé; è un oggetto funzionale e formale al tempo stesso. Sui bordi e nel suo spessore si addensa la dotazione dei servizi, l’angolo cottura e l’armadiatura organizzati in fasce funzionali; al di sopra, appesa e raggiungibile per mezzo di due esili scale a traliccio è la zona notte, movibile, grazie ad un meccanismo che assicura la possibilità di variare l’altezza della zona sottostante per aumentarne la vivibilità secondo le esigenze diverse degli abitanti. Al di sotto di questo, lo spazio, aperto e continuo, è tutto proiettato all’esterno. Il camino in acciaio è una presenza nera, una sagoma che si staglia in controluce, come elemento isolato, di fronte alla vetrata, al cospetto del paesaggio. I materiali sono i bianchi astratti delle superfici e l’ardesia dei rivestimenti nei bagni, il tavolato in legno corre con continuità tra interno ed esterno. La giornata degli abitanti è scandita dai ritmi naturali e dal variare delle stagioni, visivamente immersi e partecipi al diretto contatto con la luce, il sole, la pioggia, gli eventi metereologici, i tramonti e il silenzio che avvolgono l’abitazione, elementi che completano uno spazio meditativo e contemplativo al cospetto della natura.
Tag: rovere camino parquet unico

Parco attrezzato santa galla - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Parco attrezzato santa galla
Il progetto si pone come obiettivo di dotare la parrocchia di santa galla di un oratorio ad uso della comunità; di diventare uno spazio verde deputato alle attività ludiche, ricreative, sportive e anche contemplative. L’area, quasi totalmente in piano, è il fondo di un grande vuoto incassato per circa 5m dal suolo urbano così da essere celata alla città. Il verde esistente è privo di un disegno ordinatore complessivo, ma frutto di casuali interventi successivi. Il progetto si inserisce nell’area considerando i vincoli delle alberature esistenti, cercando di salvaguardare le piante compatibilmente con le nuove ingombranti funzioni. Ii progetto introduce all’interno dell’area l’ordine mancante attraverso un disegno dalla geometria forte e riconoscibile agendo sulla modellazione del suolo e sul verde. Il suolo è arricchito da cinque impronte contenitori di funzioni specialistiche, tenute insieme da sinuosi sentieri e immerse in un giardino dalla forte valenza ambientale. Queste sporgono appena per non intaccare il carattere speciale del luogo. Cinque figure si stagliano come impronte impresse al suolo, ribadendo e contrapponendo la loro contrastante natura geometrica alla concezione libera e informale del verde che le circonda. Queste figure, modellando il suolo con i loro bordi in forte rilievo, contengono cinque aree funzionali (i due campi sportivi, l’area giochi per bambini, l’orto didattico e l’area incontro lastricata in pietra). I bordi erbosi (argini) delle cinque aree intrattengono tra loro rapporti visivi, definiscono un dentro e un fuori; influenzano la visione e la percezione dello spazio; sono limite e barriera, indirizzano e contengono vedute. L’area principale delle cinque, lo spazio vasto e geometrico dell’area incontro, ribassato rispetto al suolo, è accessibile da varchi aperti nei suoi argini erbosi. La sua conformazione lo rende adatto ad ospitare eventi e attività ludiche, culturali e religiose. Lo spazio è circondato da sedute ed è interamente lastricato in pietra. Le cinque impronte funzionali vengono collegate a tre a tre tramite sottrazioni puntuali degli argini operate lungo due allineamenti che si incrociano nell’area del campo di calcetto. Lungo l’infilata visiva delle aree specializzate si può avere una visione totale dello spazio. Diversi percorsi dall’andamento sinuoso connettono tutti gli elementi del giardino. Il percorso principale, anche carrabile, lega tutte e cinque le figure. Questo è affiancato dalla massa arborea del boschetto che non preclude la visuale al livello del suolo, ma lascia intravedere scorci prospettici. I percorsi secondari, solo pedonali, percorrono liberamente l’intero giardino scansandosi o accostandosi agli argini delle cinque aree. Esterno alle cinque aree, il verde assume un andamento più naturale: un suolo modellato da morbidi dossi. E’ evidente la strategia d’intervento nella progettazione del verde la quale prevede di conservare gli alberi esistenti, integrandoli con nuove piantumazioni, dentro un disegno ordinatore complessivo. Molte nuove piante si addensano attorno agli esistenti tigli generando una boschetto dal portamento e dal cromatismo vario e mutevole al variare delle stagioni. Questa massa arborea completa la composizione, rafforzando il percorso principale e introducendo nuove inaspettate visuali. Il boschetto di essenze diverse introduce una accesa nota di colore al variare delle stagioni; delicate betulle, liquidambar e ginkgo biloba, affiancano i tigli esistenti, accendendo il giardino di spettacolari colori autunnali. Sul bordo del giardino, gruppi di pioppi alti e sottili sono disposti con funzione schermante, come fondale di visuali, e anche come importanti elementi cromatici che completano la composizione. I pruni rossi, dalle dimensioni più contenute, sono riuniti ai bordi in macchie accese di colore, dalle nuvole rosa delle fioriture primaverili ai rossi del fogliame estivo, a contrasto con i colori e la verticalità dei pioppi.
Tag: corten betulle prunus pino parco

Casa guglielma - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Casa guglielma
L’intervento ha previsto lo svuotamento totale dell’abitazione originaria con tutte le sue partizioni interne. Concepita negli anni cinquanta come un insieme di tanti ambienti accostati, stanze chiuse, secondo una spazialità conseguentemente frazionata, viene riorganizzata secondo una successione di fasce funzionali affiancate tra loro e una concezione spaziale che predilige la continuità; solo quattro nuovi elementi architettonici ridisegnano lo spazio: il muro cavo dei servizi, la libreria in muratura, il volume cavo, il pannello scorrevole. Il tema principale dell’intervento è un grande muro cavo, già precedentemente più volte indagato, qui utilizzato in un ambito domestico, introduce una nota di monumentalità fuori scala. Questo setto abitato segue un tracciato che ricalca l’andamento ortogonale esistente, consentendo un’organizzazione dello spazio per fasce funzionali dall’andamento parallelo di ampiezza diversa ( zona notte, servizi, zona giorno, cucina). Oggetto funzionale, è al tempo stesso anche oggetto formale e plastico; il suo notevole spessore, così estraneo alle consuete dimensioni delle murature odierne, allude prepotentemente agli antichi grandi spessori murari e viene inciso con un ritmo sincopato da vistosi e profondi segni strombati che affondano nella sua massa; al suo interno raccoglie, compresse, le funzioni più minute e di servizio ( ripostigli, i nuovi bagni etc). Le strombature, che ne consentono l’attraversamento e al tempo stesso agiscono come disimpegno e filtro tra le fasce funzionali della zona notte, giorno e il suo contenuto di servizi, generano ambiti protetti e cannocchiali visivi che indirizzano la visuale all’attraversamento trasversale infilando l’intero alloggio. Questi ambiti, cavità, ambienti piccoli entro grandi, sono chiare allusioni all’architettura del passato che viveva del peso della massa, di anditi nascosti e passaggi segreti, e dello spessore della materia, valori ormai sempre più dissolti in leggere, inconsistenti, poco durevoli superfici. Il setto cavo, così forte come segno, non blocca lo spazio, assicura una flessibilità della zona notte che può essere mantenuta come un grande ambiente unitario oppure organizzata in due ambienti distinti mediante semplice interposizione di un elemento/mobile che li separa. Altri tre elementi costituiscono contorno e completamento al setto abitato nella composizione, definendo l’assetto finale dello spazio. Ad accelerare la prospettiva e la direzione trasversale al setto e al suo cannocchiale visivo, che infila l’abitazione per tutta la sua lunghezza, contribuiscono le lame orizzontali in muratura della libreria nel quale si dissolve il muro d’ingresso, con il loro forte richiamo plastico. Il soggiorno, ampio e luminoso, è abitato dalla presenza di un solido cavo, ostacolo attorno al quale la vista è deviata su scorci inaspettati e ambiti protetti. Infatti, è proprio questo elemento dal contenuto funzionale, che organizza, in continuità visiva, la successione dei diversi ambiti funzionali del soggiorno nel loro articolarsi attorno ad esso, differenziandosi tuttavia, tra i momenti dell’accesso, debitamente filtrato, dell’area soggiorno, del pranzo, dell’attraversamento e della libreria. Un grande pannello scorrevole a tutta altezza, chiuso, si ammorsa nei piani murari della libreria, consentendo di isolare o annettere la zona cucina al soggiorno secondo le esigenze variabili degli abitanti; il suo forte valore e impatto plastico/decorativo connota la casa insieme agli altri tre elementi. L’intervento, oltre ad aver totalmente stravolto la concezione spaziale preesistente, consegnandoci uno spazio ricco e interessante che si lascia piacevolmente abitare, ha prodotto, una totale rifunzionalizzazione dell’alloggio, incrementando notevolmente l’area del soggiorno, con l’eliminazione degli inutili disimpegni preesistenti e dotando, al tempo stesso, l’abitazione di maggiori e più efficienti spazi di servizio, tutti celati e contenuti entro i nuovi elementi architettonici, come i tre locali da bagno, che sostituiscono l’unico servizio precedente, oltre a tutti i nuovi spazi ripostiglio che servono puntualmente e capillarmente gli ambienti per le rinnovate esigenze degli abitanti. La variazione della luce naturale, spegnendosi nelle profonde zone d’ombra delle strombature che attraversano il setto dei servizi, riaccendendosi nei luminosi spazi fluenti dell’abitazione, contribuisce a delineare i diversi ambiti funzionali. I materiali sono gli astratti bianchi delle murature e il legno delle pavimentazioni.
Tag: noce iroko parquet mensole pannelli

Casa della signora - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Casa della signora
L’intervento di ristrutturazione interna di un appartamento di circa 160mq ha visto lo svuotamento totale della partizione interna originaria, un insieme di tanti ambienti accostati. L’idea si basa sulla ricerca di una nuova concezione spaziale che predilige la massima continuità e gli sfondamenti percettivi. Il nuovo spazio è continuo e libero, ridisegnato secondo una composizione aperta dove pochi e riconoscibili elementi architettonici ridisegnano lo spazio intrattenendo tra loro colloqui visivi: i volumi, presenze litiche grigie che celano e contengono i bagni e i ripostigli, e i bianchi setti che contengono nel loro spessore gli armadi e agiscono come secondi elementi della composizione organizzando e definendo lo spazio. Il visitatore, come lo spazio e la luce, fluisce senza ostacoli tra gli elementi che intrattengono tra loro continui rimandi.
Tag: noce rovere librerie mensole bianco

Casa pezzana - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Casa pezzana
In roma, un piccolo appartamento dei parioli è stato oggetto di questo intervento che ha consentito di rendere più vivibile e funzionale gli angusti spazi e le dimensioni minime dell’abitazione originaria. Coniugando l’esigenza della committenza di avere due bagni, con una nuova e più adeguata dotazione di armadiature e vani ripostiglio, prima del tutto assenti, l’intervento, riproporziona e rifunzionalizza l’abitazione, svincolandola dalla consueta logica della rigida suddivisione in stanze accostate, ricercando la massima continuità dello spazio. La composizione è organizzata secondo due elementi, due volumi, che attraversano, dinamizzano e qualificano lo spazio, coagulando le funzioni e le nuove dotazioni, indirizzando la vista e lasciando fluire più liberamente la luce. Il volume inserito del nuovo bagno, più basso del soffitto, unito al riposizionamento della cucina (dotata di finestra), accessibile da un portale, consentono di guadagnare aria e luce, incrementando la godibilità e lo sviluppo in lunghezza dell’abitazione. La zona notte, parzialmente schermata da un volume-mobile, è separabile con chiusure in vetro.
Tag: rovere bianco invisibili minimal

Grotta di sale - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Grotta di sale
L’insolito tema della grotta di sale artificiale, ormai ampiamente diffuso nel nord est europeo, e non solo, viene affrontato per la prima volta in italia con esiti di tale rilevanza dimensionale e formale. La grotta riproduce naturalmente, senza uso di impianti, mediante i soli materiali utilizzati nella sua costruzione, l’atmosfera satura di microelementi salini tipica delle miniere di salgemma che, in polonia e in altri paesi del nord europa, sono ormai storicamente impiegate a scopi curativi per diverse patologie tra cui quelle respiratorie. Il nostro apporto come architetti è consistito nel mediare la richiesta della committenza, relativamente a tre fondamentali condizionamenti che inevitabilmente hanno determinato e influenzato lo sviluppo della proposta progettuale, concependo un intervento sì, di ridotte dimensioni, ma dotato di quella dignità spaziale mancante a molti corrispondenti esempi esteri. Il luogo è la prima condizione imposta ed esso contiene una contraddizione evidente. Questa è una attività che richiede ambienti con una spazialità così eccezionale ed inconsueta, tale da avvicinarsi a quel tema della discontinuità urbana, che generalmente connota tutte le funzioni dal carattere eccezionale distinte dal tessuto abitativo; si inserisce, invece, mimetizzata all’interno di un normale tessuto edilizio di base quale quello tipico degli intensivi della zona tuscolana a roma. Questo carattere di unicità si manifesta, naturalmente, più in termini di qualità che in termini di quantità dimensionale dello spazio, trattandosi di un intervento dalle modeste dimensioni. Il tema, nuovo e stimolante, è principalmente quello di una grotta di sale artificiale, dotata dei relativi necessari locali accessori di contorno, compresi due locali-box per attività correlate e una zona, quella dell’atrio, più propriamente legata al commercio. La forma è la terza condizione imposta, relativa all’ambiente della grotta: una unica sala che riproducesse, oltre che dal punto di vista microclimatico anche dal punto di vista spaziale, una ambientazione realistica delle miniere di salgemma dell’est europeo. La strategia dell’intervento si basa su due operazioni progettuali fondative elementari: dividere e unire. Dividere: il piccolo locale di 140 mq, originariamente ambiente unico pilastrato, viene diviso in due parti uguali, secondo un segno spezzato dall’andamento vagamente diagonale, generando due ambiti distinti e contrapposti; un muro innalzato a separare due realtà, quella più lontana dall’ingresso, più nascosta, contiene il mondo informale della grotta, luogo da raggiungere e da scoprire, contrapposta a quella più vicina all’ingresso, più svelata, immediatamente visibile e accessibile dalla strada, contenente il mondo formale e geometrico dell’atrio e dei locali accessori. Unire: un percorso fisico, percettivo e sensoriale, dall’andamento spezzato, collega le due parti, conduce il visitatore alla grotta, accompagnato dalla presenza anche sonora dello scorrere dell’acqua. Lo spazio, stereometrico, geometrico e ortogonale dell’atrio, si deforma lungo il percorso che, ambito di contaminazione tra le due diverse concezioni spaziali, preannuncia, con una invasione di materiale diverso, l’imminente e inaspettata realtà materica della grotta. Una pesante porta di ferro protegge e isola la grotta dalle interferenze esterne, per quanto già notevolmente attenuate dal filtro dell’atrio, che si pone principalmente come luogo di decantazione delle tensioni derivanti dalla città. In sintesi due microcosmi opposti, concepiti come due cavità. L’una, governata da una logica formale tutta geometrica, dove la monomatericità dell’involucro la rende assimilabile allo scavo in una materia unica, nella quale si agisce per sottrazione, totalmente intrisa dell’astrazione del bianco, pervasa da una quieta luce diffusa che ne evidenzia le volumetrie, animata dalla affiorante presenza sonora dell’acqua. La materia, relegata entro nicchie, fa la sua apparizione sotto forma di rocce di sale che galleggiano rilucenti sospese nella luce come preziose gemme. L’atrio, generato da un solido primario, si contrae e si dilata secondo le esigenze funzionali che accoglie. L’altra, invece, è la spazialità informale della grotta che si svincola totalmente dall’involucro edilizio rigido e regolare che la contiene. Acquisendo l’andamento libero e naturale, perdendo tutti i riferimenti ad un ambiente costruito, è una cavità pseudonaturale spiazzante e straniante, in un contesto edilizio cittadino, nella quale si addensa il peso e la ruvidità della materia litica e nella quale emerge, dall’ombra del suo antro, la dimensione onirica e fantastica che risuona di echi e memorie ancestrali. Il contrasto sorprendente tra queste due realtà è accentuato dalla estremizzazione dei loro caratteri. Ecco, il visitatore improvvisamente travolto dall’inaspettato scenario magico e surreale, opposto all’algida realtà che si è lasciato alle spalle, che spiazzato si aggira tra materiali e suoni della natura, risvegliando dimenticate esperienze sensoriali, camminando in una caverna su una spiaggia di sale. L’acqua, è l’elemento naturale fondamentale dalle valenze sacrali che rilega le due parti; è una quieta presenza sonora che abita la cavità dell’atrio e si manifesta, dapprima, affiorando geometricamente sulla sommità di un monolite, percolando lungo i suoi fianchi e raccogliendosi entro un segno a terra che ci affianca nel percorso di avvicinamento alla grotta; all’interno di questa, perde l’andamento tranquillo per scorrere più rapida, gocciando in tre piccole cascate, liberando rilassanti sonorità e benèfici microelementi salini in corrispondenza di fratture che alludono a fasci di luce provenienti dall’esterno. La sala d’attesa è un ambiente accogliente e defilato, direttamente accessibile dall’atrio, dove una seduta continua permette una breve fase di rilassamento e di preparazione emotiva che precede l’accesso e la seduta nella grotta; qui una parete microforata e retroilluminata emana una luce soffusa. Tutti gli altri locali accessori, i bagni e le due salette per usi diversi, sono ricavati in spazi e cavità esterne all’atrio, non visibili da questo, celati dietro discrete porte invisibili, e trattati con il medesimo principio di continuità materiale che, nel colore caldo impiegato, producono una atmosfera morbida e avvolgente. I materiali sono, per la grotta, sali di provenienza diversa, dai grandi blocchi di salgemma polacchi e himalayani al fine sale del mar morto; per tutti gli altri ambienti la resina è stato l’unico materiale impiegato, per il suo aspetto continuo e monolitico, ma differenziato, cromaticamente, tra l’atrio e gli altri ambienti interni.
Tag: salgemma sale blocchi himalaya

Casa dello scultore - Civita Castellana (VT)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Casa dello scultore
Nell’antichissimo centro di civitacastellana, proprio a ridosso della sua piazza maggiore, un’antica piccola abitazione in condizioni di grave degrado e obsolescenza è stata oggetto dell’intervento. La casa, dalle dimensioni ridotte, due soli ambienti con un bagno minimo appeso all’esterno, è dotata della consueta forza espressiva conferita dalla massa delle spesse murature portanti, della ariosità e dignità tipiche degli ambienti antichi. La posizione, elevata e panoramica, alta, sopra la valle verdeggiante e profondamente incassata che circonda il paese, la luminosità dell’ultimo piano e la presenza celata di un tetto di legno, inizialmente nascosto da una camera a canne, sono caratteristiche che completano il quadro nel quale si è intervenuto. Il progetto si è proposto, in questo contesto, di evidenziare e svelare le attenuate e inespresse potenzialità della casa, prevedendo un intervento leggero, secondo una logica vicina all’installazione, che non ha toccato in alcun modo l’involucro esistente ma si è inserito al suo interno con il portato effimero di presenza apparentemente temporanea. L’involucro, liberato dal controsoffitto e riportato alla sua spazialità strutturale pura originaria, costituita da due ambienti infilati coperti a tetto, accoglie il nuovo oggetto, elemento formale e funzionale che in un unico segno infila e attraversa la successione dei due ambienti, introducendo una nuova direzione obliqua, accelerando la prospettiva e traguardando il panorama sulla valle. Questo nuovo oggetto plastico dalla spiccata valenza geometrica, concepito per setti che si sfogliano in superfici parallele, totalmente intriso della quieta astrazione del bianco, accoglie in sé, l’angolo cottura, la zona di armadi e il nuovo bagno; concentrando tutta la nuova dotazione di servizi in un unico elemento, fortemente riconoscibile, consente di restituire all’involucro, integra, la sua purezza formale-strutturale; per la sua limitata altezza, non occlude la vista del tetto con le travi in legno; con la sua trave si fonde alla muratura esistente ricercando il contatto, generando un nodo strutturale dalla logica formale che ricerca l’espressività nell’astrazione del segno. Secondo elemento, a completamento della composizione, è il camino, ottenuto riscoprendo un antico camino murato, esso introduce una nota geometrica dissonante, il triangolo della nuova cappa è una piramide che emerge dal muro, un omaggio a canova. La ricercata continuità anche visiva è confermata dalla assenza di porte tradizionali, sostituite, dove necessario, da pannelli apribili integrati nelle superfici dei setti. I materiali sono gli astratti bianchi dell’intonaco e le venature calde del tavolato in legno e delle travi del tetto.
Tag: rovere bianco minimal

Casa del filosofo - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Casa del filosofo
Un piccolo attico romano dei primi del novecento, è stato oggetto di questo intervento di radicale trasformazione che ha consentito di adeguare alle esigenze di una famiglia gli spazi compressi e insufficienti della casa originaria, bloccata nella consueta logica della rigida suddivisione in stanze accostate. La presenza di un terrazzo e di un piccolo locale al piano superiore, una sorta di torretta da annettere e rendere accessibile dall’abitazione, arricchiscono la potenzialità spaziale della casa. L’intervento, si è proposto di riorganizzare totalmente la casa dal punto di vista funzionale, assicurando, ad ognuno degli abitanti, il suo spazio e una dotazione di ripostigli adeguata, e non ultima, la realizzazione di due bagni, il tutto, secondo una logica spaziale che sovverte quella precedente, tutta tesa alla chiusura in stanze, ricercando invece la massima continuità dello spazio. L’intervento è chiaro e inequivocabile: la casa viene interamente svuotata, per quanto possibile, del suo contenuto di rigide partizioni interne; eliminate le separazioni nette tra le funzioni abitative. Liberato l’involucro, esso, recupera la sua unità e continuità spaziale, venendo ricolonizzato e riabitato da un unico oggetto-mobile dall’andamento lineare, dal carattere spiccatamente temporaneo che segue una logica vicina all’installazione, e che, risolve, con esiti marcatamente plastici, il suo densissimo e concentrato contenuto di funzioni. L’oggetto, concentrando in sé tutti gli spazi di servizio all’abitazione, consente di mantenere libero tutto lo spazio rimanente che recupera la massima continuità, distinguendo i diversi ambiti funzionali attraverso partizioni mobili e temporanee. Questo nuovo oggetto plastico e funzionale dominante lo spazio, apporta un cambio di stato graduale tra i diversi ambiti, di volta in volta separa, consentendo, nel lasciarsi attraversare, il collegamento e il disimpegno di ambiti funzionali diversi, così come, talvolta unisce. Sovvertendo la logica che governa le abitazioni tradizionali, che vuole, relegati e nascosti gli spazi di servizio, questo oggetto multiforme, evidenzia e materializza plasticamente proprio questi spazi, cristallizza e concentra in una materia diversa, quella del legno, tutta la nuova dotazione di servizi e spazi accessori della casa, ripostigli, soppalchi e scale, che si aggregano e si conformano plasmandosi secondo una logica diversa, che nasce proprio dall’interno, producendo, dilatazioni e deformazioni del suo involucro, nelle tre direzioni, in funzione del suo contenuto, mostrando all’esterno il suo organico geometrico pulsare. L’oggetto, più basso del suo involucro contenitore, mantiene intatta e distinta la sua identità nel suo attraversare interamente la casa fino ad affacciarsi all’esterno, introducendo una nuova direzione che, svincolata dalle giaciture preesistenti della casa, dinamizza la composizione accelerando le prospettive interne, verso le libere visuali esterne. L’oggetto, si conclude con due testate plastiche, divenendo letto oppure locali tecnici nel suo affacciarsi all’esterno.
Tag: ipè legno lineare stecca

Casa baldedda - Sassari (SS)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Casa baldedda
Intervento di ristrutturazione interna di un appartaemnto attraverso la strategia della contrazione e dilatazione dello spazio. I muri cavi delimitano lo spazio organizzandolo e creano scorci prospettici. I muri cavi sono contenitori di funzioni accessorie (wc, depositi, armadi) agli ambienti principali.
Tag: scavo bianco mensole sottrazione complesso

Maison - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Maison
A roma, in una palazzina degli anni ’50, un’abitazione degradata è stata oggetto di questo intervento che ne ha mutato radicalmente la struttura originaria, pur conservando, come memoria totalmente reinterpretata, alcuni segni e tracciati preesistenti. La concezione spaziale della casa originaria, è quella consueta alla maggioranza delle abitazioni, un accostamento di stanze chiuse rigidamente separate. L’intervento, concepito secondo una logica spaziale opposta a quella che ha governato l’abitazione originaria, predilige invece, una spazialità nella quale dominano continuità e sfondamenti percettivi, e nella quale l’interesse è posto sulla alterazione della percezione sensoriale dello spazio. Il progetto è basato infatti sulla percezione, o meglio sulla alterazione della percezione, ottenuta operando con i consueti mezzi materici dell’architettura, scardinando la concezione di casa chiusa in stanze rigidamente separate. La primitiva vista dell’ingresso, sul quale si aprivano dichiaratamente tutte le porte della casa, è stata sostituita da quella di uno spazio continuo ma non svelato nella sua interezza, mutevole, che si lascia attraversare dallo sguardo ma che richiede tuttavia di essere scoperto; dominato da un oggetto, un volume solido, un nocciolo attorno al quale ruota e si riorganizza lo spazio, questo solido apparentemente chiuso, si scopre poi essere setto murario aperto e superficie modellata nel suo accogliere l’ambito della cucina. La negazione della concezione spaziale per stanze accostate, è ribadita dai materiali diversi delle pavimentazioni che continuamente si dilatano invadendo ambiti vicini, contaminandosi a vicenda, e soprattutto non coincidendo sempre e rigidamente con gli elementi murari, con i quali spesso intrattengono un rapporto basato su reciproci slittamenti e invasioni di campo. Allo stesso modo, anche la lastra sospesa del controsoffitto, in corrispondenza della zona di ingresso, produce una compressione spaziale, agisce sulle altezze e sulla dilatazione dello spazio, avvolgendo il nocciolo centrale, si affaccia e invade vistosamente il soggiorno e la zona notte. Le strutture, o meglio alcuni elementi strutturali come le travi, prima inglobate e celate entro tramezzature, liberate, evidenziate, assumono una connotazione figurativa, come nel segno continuo generato dalla trave e dal pilastro che si fondono in un unico elemento plastico divenendo la testata scultorea in muratura del letto. In questa logica, le porte tradizionali lasciano il posto a pannelli scorrevoli e a bilico, a tutta altezza, che non alterano la continuità spaziale ma bene si integrano con questa. I materiali sono il bianco astratto delle murature e i colori delle pietre delle pavimentazioni, il travertino e la pietra serena, il legno scuro del wengè del pavimento e di parte degli arredi, il colore caldo del ciliegio dei pannelli mobili.
Tag: wengè bianco basaltina

Casa laura - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Casa laura
Ristrutturazione interna di un appartamento al piano terra basata sul ribaltamento funzionale della zona giorno verso il terrazzo a sud
Tag: rovere mensole volume cavo

Giardino severi - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Giardino severi
Un piccolo giardino all'inglese tra le palazzine signorili del quartiere trieste a roma
Tag: cipresso giardino inglese plumbago lantana verde prato

Cripta a s. Ireneo - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Cripta a s Ireneo
In progress. Il progetto si pone come obiettivo di dotare la chiesa di quegli spazi necessari alle attività parrocchiali attualmente mancanti. La nuova cripta, suggestivo spazio ipogeo realizzato sotto la navata,comprende il criptoportico, una cappella e un grande ambiente unitariodotato di notevole flessibilità e adattabilità d’utilizzo, che all’occorrenza può essere suddiviso in più ambienti indipendenti. I nuovi ampi spazi ipogei, con l’atrio, saranno accessibili direttamente dal cortile della parrocchia, mediante una ampia e comoda scala che ne consentirà un uso anche indipendente, senza interferenze con altre funzioni. Il nuovo atrio, spazio passante realizzato sotto la canonica, arioso e interamente vetrato sulle due scale di accesso, garantisce un rapido e comodo ingresso alla cripta, connettendo visivamente e anche funzionalmente il cortile con il giardino interno e le sale ad esso collegate. Il nitore astratto e luminoso di questo spazio dalle dimensioni contenute contrasta con quelli ipogei che seguiranno, vasti e intrisi di materiche e plastiche suggestioni. Il criptoportico, avvolto in contrasti di luce e ombra che evidenziano e contrappongono i caratteri ruvidi e rocciosi delle murature controterra alle trame delicate del setto murario curvo che le fronteggia, attraversa, con una lunga prospettiva che si perde nella penombra, l’intero intervento, dando accesso separato alla cappella ipogea, e filtrando il grande spazio destinato agli eventi, visibile attraverso le sue numerose aperture. Questo spazio garantisce l’accesso indipendente a tutti gli ambienti anche quando le pareti scorrevoli della grande sala sono chiuse, provvedendo, secondo le necessità, a ripartirla in ambienti minori. Una costellazione di piccoli fori geometrici lascia filtrare bagliori di luce attraverso il setto murario curvo. Il grande spazio ipogeo, affiancato dal criptoportico, è caratterizzato dalla possenza delle strutture murarie controterra, che si ammorsano profondamente nel suoloe dal ritmo strutturale cadenzato delle travi della copertura e dalle grandi strutture delle fondazioni della chiesa che, liberate dal suolo, allineano una successione di pilastri e travi al centro della sala. Il grande spazio ipogeo, affiancato dal criptoportico, è caratterizzato dalla possenza delle strutture murarie controterra, che si ammorsano profondamente nel suolo. Nella loro configurazione plastica e nella natura litica che le contraddistingue, si trova una chiara allusione alle cavità naturali, agli antichi spazi catacombali o alle cripte medievali. Queste mura, che si muovono sinuose tra le fondazioni della chiesa, ricercano spiragli di luce esterna attraverso bocche di lupo. Il ritmo strutturale cadenzato delle travi della copertura e delle grandi strutture delle fondazioni della chiesa che, liberate dal suolo, allineano una successione di pilastri e travi al centro della sala, attraversa lo spazio. La cappella, accessibile dal criptoportico, è uno spazio suggestivo e intimo. La roccia delle possenti murature e la luce mistica che ne pervade il silenzio, conferiscono alla cripta un carattere di meditatazione e raccoglimento. La presenza dell’acqua, sorgente di vita, di un antico pozzo scavato nell’area del presbiterio aggiunge allo spazio una nota dal forte carattere simbolico e religioso.
Tag: pietra tufo noce scavo

Piazza parcheggio - Vedelago (TV)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Piazza parcheggio
In progress l’area, elevata sulla valle del fiume, aperta alle visuali di orizzonti lontani che spaziano dai monti al mare è dominata dalla imponente presenza della torre e delle rovine del castello, che caratterizzano il silenzio del paesaggio circostante. La posizione di belvedere naturale sul paesaggio delle colline e del mare in lontananza, la presenza della torre, hanno suggerito questo intervento concepito sulla selezione delle visuali, rendendolo capace di concentrare e addensare l’attenzione del visitatore su pochi selezionati punti focali significativi, in un luogo che è per sua natura destinato alla apertura e dispersione visiva. In questo contesto intriso di grandi presenze paesaggistiche, l’intervento si inserisce con discrezione; è un secondo oggetto, netto e riconoscibile, che si affianca alla preesistenza agendo dall’esterno come elemento riqualificatore del castello in rovina. Caratterizzato dalla figuratività planimetrica netta e chiara del rettangolo, ricerca, dal suo interno, un rapporto di continuo colloquio visivo con la torre e con il paesaggio circostante; è un piacevole e protetto luogo di sosta, adatto a ospitare eventi occasionali e spettacoli all’aperto. Questo oggetto è un giardino segreto, giardino di pietra e d’acqua, organizzato secondo una successione di spazi aperti, da quelli più vasti a quelli intimi e contemplativi, ameni e protetti tra muri. Questi si conformano secondo una logica geometrica all’interno di una figura rettangolare, che si contrappone ad un esterno caratterizzato da un verde dalla natura selvaggia. Gli spazi, conclusi e protetti tra muri che si ergono tutti allineati alla medesima altezza, si aprono in improvvisi e inaspettati scorci visuali sul paesaggio circostante. Accessibile dal lato breve, a monte, il visitatore procede in un percorso che attraverso comodi piani inclinati guadagna in breve il livello inferiore dove si svelano gli spazi più intimi, fino a quello conclusivo più raccolto e accogliente, il pensatoio, nel quale, tra citazioni e frammenti di murature e modanature in pietra, si distendono sedute sagomate al cospetto della fontana aperta sul paesaggio. Tra tutti, lo spazio maggiore è costituito dal teatro all’aperto, un largo piano inclinato cordonato compreso tra setti murari sagomati, che si fa luogo per lo spettacolo; spalle alla torre, con la quale intrattiene un colloquio visivo privilegiato, allinea le sue sedute in pietra puntando sul paesaggio, che si apre oltre i setti murari che definiscono la scena. I materiali sono quelli della materia litica erosa del calcestruzzo lavato attraverso la quale si insinua il vento, delle pietre delle pavimentazioni, delle placide e vibranti superfici degli specchi d’acqua che riflettono spicchi di cielo e ruvida materia, caratterizzando questi spazi con la loro quieta presenza sonora. L’intervento, come la fortezza diruta, parla un linguaggio solido e scarno, dalle geometrie nude e severe, caratteristico delle antiche strutture.
Tag: cemento faccai vista monolite

Pieghe telluriche - Rapolla (PZ)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Pieghe telluriche
In progress l’area dell’intervento è piuttosto complessa: sul fondo di una profonda valle, stretta e incassata tra ripidi e scoscesi boscosi versanti delle alte montagne circostanti, tra estesi pregiati vigneti, compressa tra il fiume, che la divide dal pittoresco centro storico, visibile oltre il fiume, e le infrastrutture stradali e ferroviarie che risalgono sinuosamente la valle; l’area è compresa tra il centro storico e la nuova espansione; attualmente è un indefinito spazio destinato a parcheggio con pochi ritagli di verde senza qualità, attraversata da una strada che consente l’accesso ad uno dei ponti che collegano la strada di fondovalle con il paese. Il rapporto con il fiume, sul quale l’intera area si affaccia, è attualmente del tutto ignorato e impedito dalla presenza di inappropriati argini in muratura che ne hanno dissipato il carattere di torrente montano, ancora presente fuori dal centro abitato, dove i pascoli e le radure ancora lambiscono le sue acque limpide. Il vecchio ponte in ferro che scavalca il fiume, caratterizza, con una nota dal sapore paleoindustriale, la veduta del paese antico. L’intervento prevede, in questo contesto intriso di grandi presenze paesaggistiche mortificate, la realizzazione di una cantina vinicola che si pone come polo attrattivo per il paese. Il progetto risolve, con un unico gesto formale, la coesistenza di funzioni diverse e i problemi funzionali e paesaggistici di quest’area, cerniera importante in questo contesto; la deviazione della strada, che attualmente divide in due l’area, consente di organizzare il progetto come un intervento unitario di modellazione del suolo, con un verde continuo, dotato di una riconoscibilità formale che lo mette in salvo da timide tendenze di mimetismo ambientale: il tracciato ferroviario, in prossimità del luogo dove intercetta il fiume, è l’asse sul quale si attesta il progetto; da questa direttrice, forte del suo rilevato altimetrico costituito dall’argine artificiale della massicciata, il progetto si conforma come una zolla di suolo che si protende verso il fiume, ribattendo la stessa quota della ferrovia. Questa zolla, che cela nella sua cavità ipogea gli spazi funzionali, si conforma, secondo un’erosione geometrica che segue un segno continuo, plastico, sincopato, che nasce dal fiume e si conclude nel tracciato ferroviario, ricercando poi con un ampio piano inclinato erboso il contatto diretto con l’acqua, interrompendo fisicamente il limite anche psichico imposto dall’argine e avviando il processo di fruizione anche turistica del fiume e delle sue sponde rinaturalizzate. Questo segno, ciglio tettonico e profilo affiorante dell’edificio interrato, si materializza nelle calde sfumature color ruggine del ferro corten, esso è affiancato da un percorso pedonale, un sentiero che facilita la fruizione del verde costeggiando il salto di quota, raggiungibile mediante comode rampe dal livello più basso. L’intera area è riconquistata dal verde: un tappeto erboso con bassa vegetazione alla quota superiore, fruibile a parco, che scende come piano erboso all’acqua, mentre, un verde di maggiore consistenza volumetrica, contraddistingue il livello inferiore. Gli spazi interni, totalmente interrati, sono su due livelli, con una doppia altezza che assicura insieme alle altre aperture la luce e la ventilazione naturale; tre corpi scale e un ascensore consentono la risalita da più punti. Piccole funzioni assicurano il godimento e vivacizzano i nuovi spazi verdi e di sosta , il bar e l’area degustazione con il suo ambito proteso sull’acqua è un ameno luogo di aggregazione che facilita il rapporto con il fiume.
Tag: corten prato parco spazio pubblico expo esposizzione exhibition

Ecolavaggio - Alghero (SS)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Ecolavaggio
In progress l’intervento riguarda il progetto per la realizzazione di un autolavaggio non meccanizzato dotato di un’area adibita a sosta temporanea di veicoli di 2400 mq. Circa, nei pressi dell’aeroporto di alghero, nel paesaggio agrario della nurra, dove è leggibile il forte impianto ortogonale dei paesaggi della bonifica agraria, nel quale si sviluppano attività agricole intensive e sul quale si articolano nuclei insediativi e componenti infrastrutturali - viarie; tra questi, il grande episodio dell’aeroporto costituisce un elemento fortemente dissonante e fuori scala nell’equilibrato paesaggio agricolo dell’area della bonifica. In questo contesto paesaggistico, l’area dell’intervento ricalca anch’essa rispettosamente le consuete caratteristiche del paesaggio artificiale della bonifica, costituito dai segni ortogonali dei modesti rilevati dei terrapieni stradali, dalle cunette e dai canali di drenaggio affiancati da lunghi filari di eucalipti, con funzione frangivento e dalle proprietà balsamiche. Considerando l’importanza ambientale dei luoghi e i vincoli restrittivi imposti dagli strumenti urbanistici e paesaggistici vigenti, l’intervento si inserisce defilato e con estrema discrezione nel paesaggio agrario, evitando con tutti i suoi elementi l’interruzione visuale e cromatica. L’atteggiamento è quello del minimo intervento. L’area di sosta temporanea è delimitata da semplici recinzioni, che assicurano la massima permeabilità visiva, senza costituire in alcun modo motivo di ostruzione visiva o impedimento del godimento delle visuali degli orizzonti lontani. Questa, conservando le quote e le pendenze originali del suolo, è rivestita da ghiaie e stabilizzati locali che mantengono inalterata la proprietà di permeabilità del terreno e ne assicura, anche dal punto di vista dell’impatto cromatico, un’appartenenza e un allineamento ai colori del paesaggio e delle terre locali, anche da un’eventuale vista aerea tale da rientrare, senza alterarne la lettura, nel paesaggio della bonifica. Anche l’area destinata al lavaggio, di 20x5m, è realizzata con un calcestruzzo lavato, trattato con ossidi che ne correggono il cromatismo, rendendolo assimilabile a quello del suolo locale; dotata delle opportune pendenze, è in grado di convogliare tutte le acque reflue del lavaggio ad una griglia di raccolta e da questa all’impianto di depurazione. L’unico nuovo elemento, architettonico, che si erge al di sopra del suolo è la tettoia, con funzione di ombreggiare e impedire all’acqua piovana di essere convogliata all’impianto di depurazione, è stato appositamente progettato con un carattere visivo spiccatamente provvisorio; questa trova una sua dimensione e dignità architettonica nelle esili e geometriche strutture metalliche di acciaio - corten. Costituita da una serie di telai a sezione costante allineati ai quali è appesa, tramite tiranti, la griglia orizzontale; questa leggera maglia metallica ortogonale si protende nello spazio, mantenendosi permeabile alla vista, disponibile a divenire sostegno per rampicanti ombreggianti e per la lamiera grecata che, in corrispondenza dell’area dell’impluvium sottostante, assicura la copertura dalla pioggia. Il progetto, ed in particolare nella forma della tettoia, si struttura sue due principi-valori quali il mantenimento dell’armonia coi luoghi e il principio di reversibilità. Il primo si riscontra nel reinterpretare per analogia le pergole lignee, con copertura con incannicciata, che emergendo isolate in queste campagne partecipano al paesaggio tipico dell’area della bonifica. La tettoia così conformata rimanda ad un lavoro di tipo artigianale, inconsueto ed in contrasto con la funzione che dovrà ospitare, ormai fortemente industrializzata e meccanizzata. Il principio di reversibilità è rintracciabile nell’uso del materiale da costruzione, l’acciaio corten, e nel suo apparire come oggetto totalmente montabile e quindi facilmente rimovibile; si distinguono chiaramente, infatti, tutti gli elementi che compongono la struttura metallica con evidenti i punti di giunzione ed i loro fissaggi. Inoltre la scelta dell’acciaio ossidato, coperto dalla ruggine, accentua il carattere di deteriorabilità e di familiarità della nuova presenza agli elementi del paesaggio agrario “catalano”.
Tag: corten acciaio lavaggio auto aeroporto

Tribuna - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Tribuna
In progress l’intervento prevede di completare il campo da calcetto con gli spogliatoi mancanti, una tribuna e una zona relax, nell’intento di garantire un uso più continuativo, organizzato ed eventualmente remunerativo, della struttura oggi sottoutilizzata. Con l’occasione, si è pensato di non limitare l’intervento al mero aspetto funzionale, ma concepire questo oggetto come un elemento architettonico che possa favorire, con la sua qualità spaziale, il godimento dell’area del campo. Un unico materiale, il legno, con il suo carattere temporaneo, caratterizza questo oggetto che si conforma in un volume scultoreo dalla geometria rigorosa. Una comoda gradonata completa il campo e una gradevole area relax, con sedute e tavoli, genera un contesto intimo e riparato dove socializzare.
Tag: ipè acciaio calcetto relazzx centroestivo oratorio

Pensilina in ferro e vetro - Roma (RM)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Pensilina in ferro e vetro
In progress una pensilina a copertura di una chiostrina che desse luce, proteggesse dagli agenti meteorologici e che al tempo stesso facessse passare l'aria
Tag: vetro acciaio luce aria trave ipe

Concorso: museo nivola - Orani (NU)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Concorso museo nivola
Premio: prima menzione l’area dell’intervento è un pendio a mezza costa piuttosto accidentato e acclive, ai confini del centro abitato di orani; denso di una vegetazione agricola, si pone a cavallo tra le propaggini dell’area edificata, della quale il museo attuale costituisce l’ultimo lembo, con il suo suolo modellato secondo un andamento geometrico, e una natura invece libera e incolta, dove la macchia domina incontrastata tra affioranti balze di roccia; in questo contesto, la cava abbandonata ormai rinaturalizzata è una cicatrice antropica riassorbita che ci consegna un invaso spaziale raccolto, avvolgente, appartato, spazialmente fortemente connotato, che denuncia la natura rocciosa del suolo, cerniera naturale tra città e campagna, tra territorio urbanizzato e natura. In questo contesto, l’attuale museo è una felice e sobria fusione di spazi espositivi aperti e coperti: concepito per padiglioni staccati immersi in un parco il cui suolo è stato modellato secondo superfici e linee spezzate che si interrompono bruscamente al confine attuale, è legato da un’interessante spazio aperto, una corte d’accesso abitata da opere di grande dimensione, tra loro in colloquio e che rimandano continuamente al paesaggio circostante; in questo spazio a cielo aperto, compreso tra le superfici ruvide della pietra delle murature e del ciottolato, contrastano e si confrontano con la purezza astratta delle forme e la levigatezza delle superfici le stesse pietre sublimate in arte per mano dell’uomo; spazio assorto in una dimensione meditativa, esaltata e rafforzata dal commento sonoro dell’acqua che con la sua presenza discreta ma costante, accompagna con il quieto e sommesso gorgoglìo del suo lento scorrere il visitatore lungo l’intera visita. Questo contesto, armonico e già calibrato, si riconosce figurativamente composto secondo un doppio sistema ordinatore: quello ortogonale dei padiglioni espositivi e quello per più libere fasce e linee spezzate dal notevole rilievo segnico-plastico che invece governa il suolo e la stecca dei servizi. Il progetto si pone in questo senso in una logica di continuità con il preesistente, ribattendo questo doppio sistema ordinatore e assecondando l’organizzazione per padiglioni connessi da spazi espositivi aperti, si struttura in un edificio lineare quasi del tutto ipogeo (accoglie le funzioni museli, il laboratorio, l’auditorium e il bar) che, allineato al lavatoio, affonda nel sottosuolo, affiorando con il solo atrio, completando come terzo oggetto la composizione ortogonale; oggetto che nelle dimensioni esteriori si mostra formalmente e dimensionlmente assai contenuto, quasi modesto, privo di ogni eccesso semantico ma in diretto rapporto con i volumi del lavatoio e del sand cast. Il sistema più libero per fasce e linee spezzate governa invece la fascia dei servizi ( uffici, biblioteca, archivio, etc. ) che nell’ampliamento segue la stessa logica degli uffici esistenti e la sistemazione del suolo attuale. Con un linguaggio volutamente secco, ridotto, essenziale, stereometrico, questa architettura che non si preoccupa di problemi di facciata, agisce fortemente ma defilata, evita eccessi semantici, ma è incline alla seduzione del segno e al valore espressivo dell’energia che lo ha generato ed impresso. Il segno ossessivamente appare materializzato sotto forme diverse nell’intero intervento, e in forme diverse esprime e rappresenta metaforicamente e metamorficamente il passaggio dalla città alla campagna, dal costruito al naturale; il segno diviene generatore di spazi come nell’edificio ipogeo del museo quando, conformando allo stesso modo la pianta e la sezione, con il suo andamento oscillatorio e sincopato rispetto ad un segno lineare di confronto, frastagliato e intimamente ammorsato al suolo, esprime il continuo variare dello stato di eccitazione, tensione e densità spaziale, passando da una condizione iniziale di grande tensione spaziale accumulata nell’atrio, attraverso successive contrazioni e dilatazioni e ad una progressiva regolarizzazione e dissipazione con una caduta di tensione spaziale fino ad una completa dissolvenza nello scavo inclinato che emerge nella natura potente dell’invaso spaziale della cava. Questa stessa tendenza alla progressiva dissolvenza naturalistica espressa dall’edificio, si ritrova in forme diverse nei segni impressi al suolo riplasmato attraverso operazioni di scavo, sottrazione di incisione di addizione, segni che derivano dalle nervose spezzate di muri e superfici del suolo preesistente ma che nel loro prolungarsi con sentieri e muri secondo il vettore del museo verso occidente, si svincolano dalla rigida geometria guadagnando più liberi e morbidi andamenti naturalistici; anche il segno continuo geometrico e frastagliato come un’erosione dal delicato rilevato plastico che delimita il bordo proteso nel vuoto verso il paesaggio del luogo deputato all’esposizione all’aperto, estensione della corte d’accesso, sul quale le opere come su trampolini sono proiettate nel paesaggio, gradualmente si riduce dissolvendosi in un sinuoso e libero sentiero che si inoltra esplorando la cava per poi riconformarsi geometricamente alla sua successiva inversione di marcia. Il progetto, quasi interamente ipogeo, si pone come un oggetto per sua natura introverso, ma questa caratteristica viene ulteriormente rafforzata ed esaltata da una ricercata duplice natura , che vuole un prepotente contrasto tra semplicità e complessità, tra esteriorità e interiorità, tra l’essere e l’apparire, una complessità contenuta in un apparente semplicità. Il museo si mostra all’esterno con un modesto quasi dimesso volume che nulla lascia apparire e trapelare della forza, della inaspettata potenza densamente poetica del suo spazio interno, sommità emergente di un grande atrio-ninfeo, una cavità a tutta altezza che incuneandosi profondamente nel suolo guadagna la quota del sand cast alla quale si sviluppa lo stesso ampliamento del museo, ( attraverso una successione di ambienti avviati verso la luce del piano inclinato che consente di riemergere entro la cava divenuta giardino segreto protetto tra scoscese pareti rocciose); questo atrio-ninfeo trasforma il notevole ostacolo del dislivello altimetrico tra i padiglioni attuali in una eccezionale risorsa spaziale: conformandosi l’atrio e l’intero museo come un edificio panottico, attraversato cioè dallo sguardo che lo percorre interamente lungo assi, condensatori di energia che come faglie lo attraversano nelle due dimensioni e attorno ai quali si addensa la materia, si connotano, questi due momenti dello stesso organismo lineare l’uno, l’atrio-ninfeo luogo della discesa, con una spiccata e quasi assoluta concezione spaziale verticale che direttamente allinea la profondità del suolo, con il cielo aperto e l’acqua, spazio che come una camera di deflagrazione pone a diretto confronto cielo, terra e acqua in attesa di un evento, e l’altro, il criptoportico luogo del museo che con un procedere orizzontale sonda e percorre il sottosuolo, dalla profondità dell’atrio, scorrendo attraverso un pulsare di successivi ambienti per riemergere in superficie entro la cava. Questo progetto consegna al visitatore la sensazione magica della scoperta e della sorpresa, naturalmente privata di ogni sensazionalismo, depurato attraverso una poetica della riduzione, di uno spazio concepito per addensare al proprio interno la dimensione meditativa e di sospesa attesa, e che tende ad annullarsi al cospetto delle opere d’arte. Il progetto, per la quasi totale assenza di prospetti, per il suo carattere introverso, è una rievocazione debitamente filtrata della memoria ancestrale delle grotte reincarnata anche nelle sarde domus de janas; la monomatericità dell’involucro lo rende assimilabile allo scavo in una materia unica, nella quale si agisce per sottrazione. La materia è quella ruvida della pietra e del calcestruzzo che con la sua eccezionale dote plastica di ricevere impressi segni e puntuali interventi di plasmatura, pratica peraltro largamente condivisa da nivola nelle facciate monumentali, riecheggia in deformati frammenti e citazioni la sua opera. Una atmosfera assorta di denso e sovrano meditativo silenzio ricorre e pervade l’intero intervento nei suoi interni, da quelli più aulici e dichiarati dell’atrio-ninfeo fino ai recessi più nascosti, agli spazi esterni, che si conformano inducendo alla riflessione e alla contemplazione delle opere nel paesaggio. Dell’intero intervento, l’atrio-ninfeo è lo spazio forse più lirico: direttamente accessibile dallo spazio solare e disteso della corte, il profondo vuoto si apre improvviso al visitatore mostrando entro una cavità geometrizzata inondata dalla luce che piove dall’alto, nella sua interezza, la profondità del taglio inferto al suolo; intermedio tra interno ed esterno, con la sua capacità attrattiva inghiotte e induce alla discesa, al raggiungimento del fondo sul quale si stagliano come lontani punti geometricamente disposti e sospesi su di un velo d’acqua le opere minute dei letti e delle spiagge; percorrendo una scala appesa ad una strapiombante parete inclinata, la discesa obbliga il visitatore a vivere il forte contrasto tra l’alternanza del passaggio dagli spazi chiusi e in silenziosa penombra delle tre gallerie espositive che progressivamente si rastremano verso il basso, e l’atmosfera trascendente e straniante del grande vuoto, attraverso un progressivo avvicinamento alle opere sempre più prossime alla vista ravvicinata fino alla percezione della loro grana materica. Questa grande cavità materializza con la sua vista prepotentemente zenitale il tema della visione divina nivoliana rappresentata nei letti e nelle spiagge, amplificandola e strutturandola, un’idea che diviene ridondante metafora del mondo: dio che dall’alto osserva frammenti di un’umanità distesa, peraltro riattualizzata dalla contemporanea vigile visione satellitare. In questi spazi la luce entra radente accendendo forti contrasti, dichiarando il carattere ruvido dei materiali, materializzandoli anziché smaterializzandoli; qui, la luce stempera la potenza che le viene dal cielo nella penombra del sottosuolo; qui la luce non è costante e diffusa ma mutevole e generatrice di forti contrasti. Successivamente all’esplosione spaziale dell’atrio, intriso di suggestioni e della presenza sonora dell’acqua che, dalla corte d’accesso, attraverso una fessura cola lungo la parete in un gorgogliante velo d’acqua, il percorso museale si avvia entro una lunga teoria di spazi che si comprimono e si dilatano all’interno di una stessa materia scavata, rievocando i meditativi e silenziosi luoghi catacombali, dove la luce radente esalta la ruvida matericità delle pareti e delle opere esposte, traguardando la luce sul fondo, sfiorando la pausa dell’inghiottitoio di luce che segna il passaggio alle funzioni diverse (del laboratorio, auditorium bar etc. ) , il criptoportico, ormai dissipata parte della sua tensione iniziale si conclude in un ascendente piano erboso inclinato che riemerge entro la natura protetta tra le scoscese pareti di roccia del giardino segreto.
Tag: orani nivola costantino terracotta sardegna cemento

Concorso: recupero dell’area quadrilatero e del relativo complesso edilizio in via grazia deledda - Sassari (SS)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Concorso recupero dellarea quadrilatero e del relativo complesso edilizio in via grazia deledda
Premio: oggetto dell’intervento è la riqualificazione del quadrilatero, unitario e interessante complesso abitativo degli anni ’30, situato nella zona di espansione ormai consolidata di sassari; questo, si distingue oggi nel panorama urbano, con la sua immagine forte e riconoscibile, con la geometria pura delle sue superfici e la dignità dell’insieme, più per i fenomeni di degrado, anche sociale, che ne hanno caratterizzato la vita, fino allo sgombro recente , che per la sua qualità architettonica. Il complesso, è strategicamente posizionato, tra direttrici importanti, infilato e direttamente agganciato da via grazia deledda, asse dell’espansione che dalla chiesa del sacro cuore, percorre in salita il crinale che costeggia la valle del rosello, in direzione della parte alta della città. Risalendo dal sacro cuore, la strada attraversa per un lungo tratto un tessuto urbano denso di un edificato disordinato e dalla scarsa qualità, trovando nell’apertura improvvisa del quadrilatero l’unico episodio spaziale rilevante; concepito secondo una logica spaziale di più ampio respiro, diversa e svincolata da quella della strada corridoio, non si chiude nel suo lotto ma si conforma intorno ad un ampio spazio libero centrale, definendo un interno ed un esterno, conservando elevata la potenziale permeabilità visiva del lotto, ma negando parzialmente, con un recinto, quella pedonale. Il disegno del quadrilatero si riconosce come estraneo al tessuto urbano circostante, nel quale costituisce un’eccezione; aperto, dominato dalla simmetria e da una geometria centrale, sembra costituire una cerniera tra episodi diversi: conclusione del sistema di stecche parallele provenienti da nord, compreso tra il tessuto denso a ovest e aperto a sud verso il pendio che digrada sulla valle tra “le casette in canada”. E’ questo un pezzo di città che offre due insediamenti dotati di una certa qualità urbana dalla notevole potenzialità, per quanto offuscata e repressa dal degrado attuale. Infatti, per la sua conformazione aperta con prevalenza di aree libere, si presta a interventi che accentuino la già presente ma inespressa potenziale permeabilità all’attraversamento soprattutto pedonale, offrendo la possibilità di ripensare l’area , insieme a quella attigua delle “casette in canada”, in rapporto diretto con la riqualificazione della valle del rosello, come parte di un più esteso sistema continuo verde. Attualmente considerato repulsivo dalla popolazione, il quadrilatero, simbolo del degrado, non costituisce momento di sosta né punto di attrazione, è un luogo non vissuto sottratto alla città, uno spazio da riconquistare. Obiettivi principali dell’intervento sono: ricolonizzare e rivitalizzare questo luogo attraverso un intervento diffuso all’intera area; favorire e accentuare la permeabilità intrinseca dell’impianto, attualmente impedita dai muri-recinto esistenti che sono sia materiali che mentali; attraverso questa conquistata permeabilità pedonale, favorire il collegamento con il verde della valle; non saturare la vista e l’apertura verso valle con il nuovo edificio per gli alloggi, né collocarsi al centro, ma nello spazio libero a nord, compreso tra i due edifici preesistenti, mantenendo integro lo spazio unitario interno; agire con chiarezza, proponendo un intervento che non svilisca ma anzi esalti il carattere rigoroso e di astrazione geometrica dell’esistente; il progetto, persegue tali obiettivi, innanzitutto operando una apertura alla città mediante la demolizione del recinto esistente, rendendo accessibile l’area da tutti i lati. L’idea, vuole fornire una nuova identità, una rinnovata immagine, riconoscibile, in grado di riscattare dal degrado il complesso, e di agire come elemento trainante nella riqualificazione di questo intero settore cittadino. Attraverso poche operazioni fondative elementari quali lo scavare e il tracciare, prende forma un impianto progettuale chiaro e inequivocabile; una griglia modulare ortogonale generata dall’esistente, estesa a tutta l’area, proporziona l’intero progetto e si materializza in un piano verde ideale, inclinato. Astratta rievocazione di una natura geometrica, nuovo suolo che si sovrappone rimodellando l’esistente all’intera area, questo piano introduce un nuovo orizzonte, individua un sopra e un sotto; un sopra che si identifica con l’abitare, un sotto, spazio pubblico dello stare. Questo suolo, natura geometricamente erosa, inaccessibile ma godibile alla vista, si manifesta per frammenti modulari geometrici che colonizzano l’area; questi sono i blocchi dei servizi, diffusi e puntiformi che assicurano e caratterizzano l’area come luogo dello stare. I blocchi non saturano né occludono la vista ma assicurano e favoriscono la massima permeabilità sia di percorrenza pedonale che di permeabilità visiva-percettiva, il filtrare attraverso. La rigidezza dell’impianto contrasta con la ricchezza spaziale generata, dei percorsi, e delle aree di sosta, del verde e dell’acqua delle quota basse scavate, entro cui si muove il visitatore, tra scorci sempre diversi sui quali si ergono e dominano gli edifici nuovi e gli esistenti restaurati. I blocchi seriali, serialmente disposti si sovrappongono al sistema dei percorsi più libero ed articolato. I percorsi, con scarti improvvisi penetrano tra i cubi, si stringono e si aprono intorno alle funzioni diverse, esplorano e risalgono dislivelli, scoprono e connettono ambiti differenti ( aree più centrali dello stare , piazza , etc, aree più intime nei pressi delle abitazioni ). I cubi, tutti uguali nelle dimensioni originarie, variano nelle bucature aprendosi secondo le necessità e le funzioni ospitate, dai servizi vari, ai locali tecnici, ai corpi scala che risalgono dal parcheggio interrato; eccezionalmente si aggregano come nel caso del bar, talvolta si sviluppano su più livelli , come nel centro anziani, nel patronato, o infine saltano, si dissolvono, lasciando spazio alle aree di sosta centrali e alla vasca d’acqua. La disposizione di questi cubi, garantisce la possibilità di definire ambiti diversi, da quelli centrali a maggiore vocazione pubblica, a quelli più intimi e di protezione visiva delle abitazioni, attenuando, con l’apporto del giusto ostacolo visivo e del verde, i casi esistenti di introspezione. Sotto questo suolo geometricamente modellato, in corrispondenza dello spazio centrale, trova posto un parcheggio interrato facilmente accessibile attraverso due rampe carrabili a senso unico innestate sulle traverse di via grazia deledda, evitando in tal modo interferenze alla circolazione carrabile principale. Il parcheggio, per settantasette posti auto, con ventilazione naturale, è accessibile con tre corpi scala e ascensori direttamente dalle nuove abitazioni e dal livello delle aree pedonali. Mentre alle quote basse, al di sotto del nuovo orizzonte verde leggibile nei blocchi servizi, la vita sociale pulsa e anima il nuovo luogo dello stare, al disopra, campeggiano le residenze, tutte affacciate sul nuovo rassicurante panorama di verde. Dei cinquantotto alloggi progettati, di vari tagli , si è scelto di sistemarne quarantadue, assortiti con i tagli maggiori, negli edifici esistenti restaurati, con lo scopo di concentrare i sedici più piccoli nel nuovo edificio, più contenuto nelle dimensioni. Nell’intento di ridurre al minimo la saturazione visiva dello spazio libero centrale, il nuovo edificio è stato posizionato nel lato nord privo di vista, tra i due edifici esistenti, evitando l’occlusione che avrebbe comportato il posizionamento a sud, impedendo la permeabilità visiva verso la valle. Relativamente all’esistente, il progetto propone due possibili soluzioni alternative: entrambi concepite nel rispetto degli standards dimensionali e attente alla esposizione solare; prevedono, il restauro delle facciate con l’eliminazione delle superfetazioni e il mantenimento dei solai originali , opportunamente consolidati mediante l’uso di fibre di carbonio e getto superiore di completamento, pratica più vicina alla logica del restauro, e vantaggiosa, rispetto alla più cruenta demolizione e ricostruzione. La prima proposta di tipologie persegue, come obiettivo, l’adeguamento con ridotti e minimi interventi di demolizione delle tramezzature interne esistenti, l’ottenimento di alloggi con spazi ottimizzati, compatibilmente con i forti vincoli esistenti, secondo una concezione spaziale in largo uso ma di fatto ferma nel tempo, tradizionale, legata alla logica dello spazio come accostamento di stanze chiuse, naturalmente più bloccata e poco flessibile, ma che asseconda le richieste dell’abitante italiano medio. Per contro, la seconda proposta offre tipologie non comuni in italia che, a spese di maggiori demolizioni dei tramezzi interni, garantiscono una maggiore flessibilità dello spazio. Svincolato dalla logica bloccata della stanza chiusa, lo spazio, è percepito nella sua interezza, non interrotto dagli oggetti più piccoli contenuti al suo interno, il –blocchetto dei bagni e la zona cottura, uniche presenze che ne organizzano gli ambiti funzionali. Lo spazio può essere mantenuto tutto aperto o suddiviso, secondo le esigenze anche temporanee, da pannelli mobili; inoltre è pensabile anche, al mutare delle esigenze, di spostare e ricollocare questi blocchi senza demolizioni importanti, utilizzando colonne di scarico predisposte precedentemente in punti chiave. Il nuovo edificio concentra sedici piccoli alloggi di piccolo taglio, adatti alle mutate esigenze sociali che vedono in crescita famiglie mono-bi componenti. L’edificio è caratterizzato dal ballatoio che, oltre a distribuire quattro alloggi per piano, consente il collegamento agli edifici esistenti affiancati, e l’impiego comune dell’ascensore tra vecchio e nuovo. Le nuove tipologie, quasi monoaffacciate, godono di ampie vetrate a tutta altezza aperte a sud verso il panorama, protette dal sole con sistemi esterni mobili di sportelli in metallo forato. Il nuovo edificio, si affianca al vecchio, ricercando accordo nel linguaggio ridotto ed essenziale, privo di eccessi semantici, e lontano da intenti mimetici.
Tag: verde cemento parcheggio piazza

Concorso: allestimento del museo del pane - Villaurbana (OR)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Concorso allestimento del museo del pane
Premio: l’antica casa lai, dalle solide ed austere strutture murarie ci consegna una spazialità introversa, varia e articolata, tutta risolta all’interno del suo perimetro murato. Interni caratterizzati da ambienti di dimensioni e altezze anche ridotte, spazi compressi, si affacciano su tranquille e protette corti in pietra di dimensioni diverse. In questo contesto, l’intervento è stato concepito con l’obiettivo di riorganizzare, secondo una precisa strategia, l’intero museo, con un allestimento leggero e poco intrusivo, realizzabile in più stralci funzionali, che non comportino alcuna modifica della struttura dell’edificio ma al tempo stesso in grado di mutarne radicalmente la percezione attuale dotando il comune di villaurbana di una struttura dalle più elevate prestazioni culturali. L’edificio, per la sua conformazione, si presta ad una riorganizzazione secondo più chiare fasce funzionali tale da assicurare un funzionamento flessibile della struttura: una prima fascia, costituita dalle due corti maggiori con il corpo basso che le divide, adatta per quegli usi più immediati e non prettamente espositivi quali il bar-bookshop, la sala proiezione e il laboratorio con la possibilità di godere delle due corti adeguate per ospitare avvenimenti e manifestazioni culturali, senza interferire con la zona espositiva; una seconda fascia, nel corpo centrale della casa, articolata in una successione di ambienti allineati, un’infilata di salette che sviluppata su due livelli sovrapposti ospita la sezione espositiva dedicata al vero e proprio ciclo del pane; infine, una terza fascia, a cavallo tra interno e la piccola corte esterna, dedicata all’esposizione permanente o temporanea di opere di artisti attinenti al tema del museo e alla sala del forno. Lo spostamento dell’ingresso dal corpo centrale allo spazio passante compreso tra questo e il corpo basso, ha consentito di liberare e rendere interamente fruibile senza interruzione la successione di sale del nucleo centrale entro le quali allestire l’esposizione relativa al ciclo del pane e di adibire il corpo basso alle altre funzioni evitando interferenze e assicurando la possibilità di un uso più flessibile, anche separato, di assicurare maggiore continuità tra le due corti attraverso il nuovo ingresso passante. L’intervento si manifesta all’esterno solo con pochi ma incisivi elementi: la fontana dei mesi, elemento lineare che attraversa lega e riqualifica le due corti attraverso il nuovo ingresso, ribatte l’orientamento delle fasce funzionali e della facciata. Un segno d’acqua che anima e colonizza con il suo discreto commento sonoro le corti, scorre tra i piedistalli di dodici opere permanenti anche di grandi dimensioni che rievocano momenti e memorie dell’agricoltura, riti ancestrali e festività del ciclo del pane. I cinque pannelli rotanti che dialogano dalle finestre con i passanti, inviano messaggi e immagini sempre diverse secondo una logica interattiva. Lo schermo urbano, grande parete cieca della corte intermedia che l’elevata altezza rende visibile nel panorama urbano, intonacata, vede appesi gli stendardi scorrevoli delle manifestazioni culturali promosse e diviene luogo deputato per le proiezioni all’aperto, manifesto visibile del museo nella comunità. All’interno, l’allestimento si differenzia nelle tre aree espositive: le sale della luce e le sale del buio relative al ciclo del pane e le sale dell’arte: il ciclo del pane, nei suoi momenti fondamentali dalla semina al consumo, è rappresentato in una successione di ambienti alternativamente bianchi e neri, nei quali si rievoca continuamente l’aspetto ciclico e sostanzialmente immutato nel tempo, legato al rincorrersi delle stagioni e all’agricoltura, di questo processo; nelle sale della luce i momenti principali del ciclo: al piano terra la semina, il raccolto, la molitura esauriscono l’attività esterna collettiva, mentre il secondo piano è dedicato all’attività prettamente femminile della panificazione, pane quotidiano e pane rituale, dimensione intima nell’ambito tradizionalmente domestico. Mentre nelle sale della luce è l’uomo e le sue vicende che si manifestano, nei gesti antichi e immutati, nei volti, nella fatica e nelle infinite storie passate ormai dissolte, espressi attraverso la luce, la materia e il mutare nel tempo; nelle sale nere, che si alternano alle bianche, si piomba in uno spazio rarefatto e straniante dalle sonorità attutite dove l’oggetto, visibile nella essenza pura della sua forma esibita, caricata di millenari sedimenti simbolici si esprime: una costellazione di forme che si librano entro evanescenti cubi in vetro su di un nero assoluto; in una atmosfera assorta, la materia così effimera dei pani ci tramanda forme e contenuti tanto duraturi e immutati. I pani e i reperti archeologici, diversi nella loro materia costitutiva convivono nello stesso spazio accomunati dalla medesima provenienza, plasmati dalla mano sapiente dell’uomo. Nella luce è il mutevole, lo scorrere del tempo, il rinnovarsi infinito degli attori protagonisti, nel nero è la stasi, l’immutato, la sospensione atemporale della forma; il continuo passaggio dall’uno all’altro significa un continuo ricominciamento che è evoluzione ma al tempo stesso ritorno all’origine. Le sale della luce, nel ciclo del pane, mantengono inalterato l’aspetto dell’ambiente rustico esistente con i suoi diversi materiali, cotto, intonaco e legno, concentrando l’esposizione degli oggetti e dei documenti al centro dell’ambiente in una grande teca modulare in vetro che con la sua trasparenza si pone discretamente al centro della sala, prevedendo una fruizione del pubblico intorno ad essa; sull’involucro, sulle pareti bianche, gigantografie, frammenti di brani scritti, proiezioni di documenti fotografici e filmati attinenti, mentre i grandi oggetti sono disposti al suolo. Le sale nere nel ciclo del pane, invece, risultano del tutto private del loro attuale aspetto da una cablatura, da un nuovo involucro nero inserito all’interno dell’esistente, sostegno delle teche espositive dei pani e dei reperti archeologici che sono disposti al contorno; le teche così come sono state concepite, di diverse misure secondo il contenuto, offrono anche la possibilità di disposizioni diverse potendo scorrere sulle guide di sostegno. Il visitatore si muove dunque al centro della sala buia circondato dalle presenze luminose delle teche che si stagliano su fondo nero con il loro contenuto esposto come preziosi gioielli. Nelle sale dell’arte, affiancate alla fascia di sale dedicate al ciclo del pane, le opere d’arte si collocano su piedistalli dalle dimensioni diverse che colonizzano indifferentemente lo spazio delle tre sale interne e della piccola corte esterna, consentendo il filtrare dei visitatori tra le opere. Un intervento in grado di promuovere intorno alla sua realizzazione un fervore culturale più ampio, affiancando alla esposizione esclusivamente dedicata al ciclo del pane, anche una presenza assai qualificante di opere d’arte relative al tema del museo, coinvolgendo il mondo dell’arte in un commento colto in grado di stimolare più profonde riflessioni nei visitatori, distinguendo con un portato di maggiori contenuti questo museo dagli altri del medesimo circuito.
Tag: pane sardegna museo casa lai

Concorso: riqualificazione centro storico di umbertide - Umbertide (PG)

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Archisio - Delisabatini Architetti fdeli E Fsabatini Arch Ass - Progetto Concorso riqualificazione centro storico di umbertide
Premio: obiettivo principale dell’intervento è dare un nuovo senso ad un’area fondamentale che si trova a cavallo tra il centro storico di umbertide e la sua espansione, un’area di una certa dimensione nella quale più elementi storicamente e naturalisticamente rilevanti coesistono ma in assenza di un ordine e di un disegno manifesto producendo un insieme nel quale la visione si perde disturbata dalla sovrapposizione di più segnali visivi che impediscono la chiara lettura. L’idea è quella di introdurre un nuovo ordine chiaro ed inequivocabile agendo sulla visione per mezzo di poche elementari primarie ed ancestrali azioni fondative quali il tracciare e lo scavare, ottenendo una spazialità psichica rievocativa di immagini della memoria. Due direzioni, segni urbani, sono tracciati sull’area assumendo valenza territoriale imponendo un nuovo ordine, materializzandosi di fatto in due figure dalle sembianze geometricamente chiare e definite. Una figura perentoria, un grande scavo rettangolare netto e profondo si impone riorganizzando l’intera area, impronta, segno monomaterico e monoscalare che rievoca la memoria dell’antico fossato successivamente interrato assumendo sembianze di frammento astratto e geometricamente definito. Monomaterico in quanto si manifesta come segno inciso in un unico materiale che indistintamente rivestirà tutte le superfici orizzontali e verticali dell’area di progetto; monoscalare per la assenza di particolari che lo rendano differente alla vista lontana o vicina. Lo scavo sovverte la consueta visione della città guadagnando una quota profonda che esclude alla vista quella parte del suolo percorsa dal traffico della dimensione odierna, introducendo a quella sensazione di dimensione parallela, privilegiata, protetta ed attenuata, dove prevale sullo sfondo del cielo il colloquio tra le architetture. All’interno di questo invaso spaziale, di questo spazio assoluto, si affacciano le due presenze potenti della rocca e della collegiata, secondo una concezione prospettica che non è quella centrale assiale rinascimentale e ottocentesca, ma quella che vede rapporti visivi collidenti tra figure e oggetti, di parti incluse e di frammenti esclusi, secondo una logica più selettiva della visione. L’invasione di questi due oggetti obbligati a confrontarsi all’interno di uno spazio così tendente alla riduzione e all’astrazione, vede detonare e reagire la prepotenza plastica e materica dei bastioni visibili in tutta la loro originaria altezza, almeno in un tratto, con l’algida astrazione dello scavo. Naturalmente questo operare non si pone nella logica di un intervento di ripristino delle antiche e scomparse vedute ma si pone in quella di un intervento critico e interpretativo. Questo scavo che rievoca l’operare dell’archeologo che procede ad un sistematico disseppellimento all’interno di un’area definita che diventa un’asola atemporale, introduce in un viaggio a ritroso nella storia dove la sedimentazione manifesta attraverso la memoria il trascorrere impalpabile del tempo. Con un linguaggio volutamente secco, ridotto, essenziale, questa architettura che non si pone problemi di facciata, agisce fortemente ma defilata, evita eccessi semantici, ma è incline alla seduzione del segno e del valore espressivo dell’energia che lo ha generato ed impresso. Il segno ossessivamente appare materializzato sotto forme diverse, nell’impianto dello scavo come nelle secche incisioni impresse sul volume inclinato, nelle bucature del grande atrio, come anche nelle più libere spezzate delle rampe che risalgono radenti le mura. Questo spazio così chiaramente connotato diventa un luogo dello stare, un segno unitario che ricuce visivamente le due parti ora divise dalla cesura del profondo invaso del torrente ed inquinate dai parcheggi di superficie; questo nuovo spazio incassato sarà il luogo deputato ad ospitare il mercato all’aperto, sotto la massa incombente della rocca, si accenderà della vita vivace del mercato, o vivrà altrimenti una dimensione più meditativa; raggiungibile dal grande piano inclinato che parzialmente avvolge la collegiata o dalle rampe che come crepacci si insinuano radenti le mura guadagnando la loro base originaria obbligando lo spettatore a percepire la loro potenza plastica e materica nella suggestione di visuali inedite, offre all’interno dello stesso segno unitario, momenti differenti: il teatro dell’acqua che con la sua gradinata sospesa e il piano inclinato consente di raggiungere il piano dell’acqua del torrente che qui forma un velo tranquillo, inquadra dalla bucatura che lo affianca il paesaggio e le montagne lontane; il setto isolato, che genera un ambito defilato al cospetto dell’incombente mole della rocca e sul quale si riapre l’antico accesso alla sua base; il piano inclinato che emerge addentrandosi nella scura vegetazione sotto fitte chiome di quel frammento di bosco da reintegrare, alle spalle della collegiata che satura la vista della attuale piazza superiore. Se il primo segno ordinatore tracciato si è tradotto nel sottrarre della piazza scavata, in un’incisione, il secondo, ad esso ortogonale, si esprime con l’addensarsi della materia: un volume che si presenta solido, grezzo, monolitico, nella ruvidità di un cemento armato che offre la sua grana materica alla vista, trattato in modo duro e sordo , nel quale le incisioni ad esso inferte consentono di apprezzare il passaggio e l’ascesa nella materia,di risalire per mezzo di piani inclinati guadagnando la quota della piazza superiore, emergendo da passaggi angusti per scoprire alla vista il grande piano inclinato libero da ogni elemento al di fuori delle incisioni, nella sua nudità severa, spazio che nuovamente agisce sulla visione in modo selettivo, ma differentemente dallo scavo non scaglia una direzione nello spazio ma sembra accogliere gli elementi dell’intorno sul suo piano come una natura morta, uno spazio contemplativo dove in un’atmosfera di attesa metafisica gli oggetti si rimandano ombre assolute. Questo nuovo suolo artificiale astratto e geometrico, luogo deputato agli spettacoli all’aperto, nasconde nelle sue viscere, in un sottosuolo scavato, le funzioni maggiori. Questo spazio cavernoso dalle generose dimensioni risale poi in verticale alla sua estremità, conformandosi in un grande spazio, atrio urbano a tutta altezza in grado di accogliere l’esposizione anche permanente di sculture colossali, uno spazio suggestivo percorso da scale e collegamenti verticali tra tutti i livelli e le funzioni, che si apre alla vista della grande cavità sotterranea attraverso il piano sospeso dell’area espositiva. Attraversa questo spazio un percorso sospeso nel vuoto, consentendo l’accesso diretto alla piazza risalendo lungo la stretta fessura che traguarda la rocca; in una copertura che diventa abitata trovano posto i vigili. Una bucatura secondaria consente di accedere dalla piazza al grande atrio affacciandosi sul vuoto sottostante da un punto di vista privilegiato; raggiungibile da una scala che si arrampica sulla parete inclinata, il volume sospeso del cubo incassato nel muro inquadra come un cannocchiale, dall’alto, il panorama dei tetti della città contemporanea fino all’orizzonte lontano delle montagne, condensando una visione contrapposta a quella più metafisica generata dalla grande piazza inclinata che abbiamo alle spalle. Questo edificio è stato concepito per una grande versatilità funzionale che consente di impiegare i suoi spazi volutamente architettonicamente connotati qualitativamente per usi anche diversi dal semplice parcheggio, un luogo che può ospitare come una piazza coperta, nella logica di certi luoghi porticati medioevali anche mercato al coperto, fiere o mostre che necessitano di grandi dimensioni superiori a quelle gia previste dalla zona destinata all’esposizione.
Tag: umbertide cemento tagli centro civico collegiata piazza
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